Appuntamento fisso, stessa gente, stessi programmi.
Non si variava tanto, ci trovavamo bene in quella routine, abitudini comode e consolidate e poi si sa, uno inizia a lavorare, uno fa il pendolare...avevamo bisogno di impegni fissi attorno ai quali organizzarci.
Una sera come un'altra, lo stesso orario, lo stesso locale, persino le stesse birre al tavolo (sì, il tavolo poteva cambiare, ma era il margine massimo di variazione che ci concedevamo).
Avevamo seguito le nostre vite per anni, vite parallele che si sono sviluppate sempre alla stessa distanza, pochi si sono mossi, e quelli che l'hanno fatto hanno lasciato un posto occupato al tavolo del bar, perchè certi appuntamenti non si mancavano, nemmeno se si lavorava in un'altra città.
Ci incontravamo, ci raccontavamo episodi della nostra vita,storie esilaranti o sorprendenti, tutte con un filo conduttore. Come le migliori melodie, non ci spostavamo dalla nostra tonalità, mai nessuno che aggiungesse o togliesse un'alterazione nella musica della propria vita. Pescavamo da una pentola di poche possibilità e ci sentivamo liberi.
La mattina, quando portavo a spasso il cane, me ne convincevo fra me e me: nella vita una persona, a un certo punto persegue la normalità, mica vuole incasinarsi in storie strambe, in lavori complicati, in ricerche impossibili. Raggiunta una certa età si iniziano a desiderare le radici ben piantate per terra. Che poi i rami possono andare dove gli pare, ma le radici no, quelle devono stare in un posto fisso, madre terra, a cui tornare e rivolgersi. La normalità di un lavoro sicuro, un appartamento a cui tornare, una città in cui vivere e una relazione da curare. Ognuno prima o poi giunge a desiderare tutto questo, poter appoggiare le proprie chiappe su una sedia fissa e comoda, non in chissà quale posto sempre diverso.
Le gioie della stabilità, per riuscire a stare i piedi.
Successe una sera così, tra una birra e l'altra, tra un aneddoto sul nuovo furetto di Paolo e il nuovo lavoro di Gianni, li guardai negli occhi, uno dopo l'altro, come se non li avessi mai visti. Fu allora che qualcosa dentro di me iniziò a smuoversi. Mi parve come se lo sguardo di tutti avesse d'improvviso inspiegabilmente perso lucentezza, come se ne fosse andata una scintilla vitale. Siamo rientrati nei binari di una vita che ci è stata costruita addosso, con un consenso fittizio e un raffinato lavaggio del cervello. Questo fu quello che pensai.
Corsi a casa con una scusa piuttosto scontata e lo capii meglio quella stessa sera, quando appogiai la cartella del lavoro sul pavimento, salutai il cane, e, preciso come sempre, mi spogliai davanti allo specchio e iniziai a pensare.
Iniziai a dubitare poichè davanti allo specchio, davanti a me stesso nudo, dovetti trovare giustificazioni per quello che ero diventato.
Piansi. Piansi per i sogni infranti, piansi per il misero me stesso che nel percorso casa-lavoro si era dimenticato della propria anima, piansi per il treno che lasciai partire un giorno in stazione, piansi per la terra in cui non cresce più l'erba.
Piansi e piangendo decisi che non sarei più stato una scala in una tonalità, sarei stato una scala cromatica, con tutte le alterazioni che volevo, quando le volevo. Non avrei più scelto tra un numero limitato di opzioni, mi sarei liberato dal binario fisso.
Avevo bisogno di iniziare da qualche parte, volevo un azione decisiva, qualcosa che segnasse la transizione nella mia vita.
Così presi il cane e lo buttai giù dalla finestra. Non mi era mai piaciuto quel Chiuaua.
PS no animals were hurt in the making of this story.
Nessun commento:
Posta un commento