Il mio naso fende l'aria fredda di quest'autunno tardivo ma pungente. Con la punta dei piedi spingo sui pedali, le ruote girano rapide e ritmate. Chi mi vede da fuori mi dice che in bici vado veloce, sembra sempre che debba perdere un treno. L'aria frizzante di ottobre mi pizzica il viso e sono obbligata a socchiudere gli occhi che diventano due fessure. Ho i miei pensieri per la testa, tanto che quasi vado a sbattere contro un vecchio che viene dalla parte opposta. Il tipo mi urla contro, ha ragione effettivamente. Sono assorbita dalle sensazioni, penso alla libertà.
Già, la libertà.
Quando lavori con le parole finisce che dai loro moltissima importanza. Realizzi quando vengono strapazzate e usate a sproposito. Tipo la libertà. Libertà...da chi? da che cosa? Aneliamo a qualcosa che spesso non sappiamo nemmeno definire.
Ieri ero a casa, sola, con un mezzo lavoro da fare e poca voglia di finirlo. Mi sono persa nel computer come spesso accade: vengo risucchiata dai mille programmi, applicazioni del computer, distrazioni con svariati livelli di fancazzismo. Lentamente ho abbandonato l'idea di lavorare, e i miei occhi si sono posati sul cielo sereno che si dipingeva fuori dalla mia finestra. Splendido. Nell'arco di due minuti ho spento il computer, lasciato il lavoro a metà e sono andata fuori, al parco.
Ecco questa è la mia idea di libertà, più o meno. Sono felice quando riesco a liberarmi dagli obblighi e fare qualcosa per me stessa. Una passeggiata per esempio o un giro in bici a tutta velocità. Mi sento libera, libera di decidere, libera di piantare in asso tutto, libera di staccarmi dalla tecnologia, di lasciare a casa il cellulare e le chiavi di casa e di sfuggire per un attimo a tutto.
Non sono grandi trasgressioni, ma non credo alle grandi trasgressioni, sono troppo teatrali, troppo grandi per essere reali. Finisce sempre che dietro c'è qualche altro interesse. Preferisco i piccoli gesti, le piccole dimostrazioni quotidiane che testimoniano che siamo ancora liberi. Da cosa? Dai meccanismi del lavoro che ci risucchiano a volte, facendoci perdere la prospettiva sulle cose. Dalla vita virtuale. Dalla dipendenza dal cellulare. Dalle distanze annullate.
Mi sono liberata e ho fatto una passeggiata al parco. Certo, il parco dietro casa mia non è comparabile con le vette dell'Himalaya ma mi fa venire in mente le parole di Terzani, quando dice che l'allontanamento dell'uomo dalla natura è stato uno dei suoi più madornali errori. In "Lettere contro la guerra" suggerì alla Fallaci di andare ad osservare i fili d'erba mossi dal vento, e sentirsi come loro per trovare pace dentro di sè. Ci penso continuamente quando cammino nel parco, espiro e sto meglio.
Ho camminato per il parco fino a quando non sono riuscita più a sopportare l'arietta frizzante che si infilava per ogni pertugio della mia giacca leggera. Sono rientrata a casa con l'aria furbetta di chi sa che ha mancato ai suoi doveri, ma anche con la consapevolezza di averlo fatto per una causa più che rispettabile.
Tutti abbiamo bisogno di proteggere la nostra libertà, prima o poi. Aiuta a mantenere una visione ampia sulla vita e a dare il giusto peso alle cose.
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