Non sopporto i saluti. Gli addi, gli arrivederci, i “ci sentiamo” che sfumano in nulla.
Non li sopporto. Fosse per me non ci si saluterebbe, si evitano un sacco di cose incomode senza salutarsi. Se si tratta di persone di cui non vi importa nulla si eludono i sorrisi di circostanza e tutte quelle frasi e promesse ipocrite, dette e mai pensate. Se si tratta di persone importanti, beh, lo si farebbe per non piangere, per non dover attraversare quella sensazione dell'ultimo abbraccio stretto, per non avere l'ultima immagine di quella persona come triste. È meglio lasciare che sia il caso a farci vivere gli ultimi momenti con una persona e non deciderli noi, per non trasformarli in tragedie inutili.
Oggi mi sono trovata a dover separarmi dal mio appartamento di Forlì. Scusate se ho fatto tutta la premessa parlando di persone e poi arrivo a parlare di un oggetto inanimato. Un appartamento. Uno stupidissimo appartamento. Il fatto è che prima di lasciarlo ho ovviamente dovuto svuotarlo. E nel svuotarlo ci sono piccole cose che si sono depositate sulla mia anima e l'hanno resa un po' più ricca e un po' più pesante da portare in giro. L'impatto di una parete di foto della camera da letto che da piena,allegra e colorata diventa d'improvviso bianca e spoglia è forte. Apro un cassetto e trovo tutte quelle piccole cose che avevo chiuso lì durante l'anno e di cui poi avevo dimenticato l'esistenza. Ho recuperato post-it idioti con cui le mie coinquiline avevano tappezzato la mia camera una settimana, un biglietto d'aereo di quest'inverno e il bigliettino con il nome della fermata dell'autobus a cui dovevo fermarmi. Mi sono imbattuta in lettere ricevute e lettere scritte e mai inviate per rabbia. E poi una ad una, ho tolto le cose che erano appese ai muri: le foto, i poster, i disegni, i biglietti, le bandiere. Gli oggetti che hanno dato colore alla mia vita per un anno.
Mi ci vogliono ore per svuotare del tutto la mia camera. Tolgo il fiorellino che avevo messo sullo specchio e poi lo guardo. Sulla cornice ci ho scritto: “sorridi!”. Questa è stata la mia cuccia dell'allegria da settembre a questa parte, il luogo dove potevo proteggermi dalle intemperie di questo mondo duro. Mi pervade una soffice malinconia a guardare la mia vita in scatole e borsoni, nel bel mezzo di una stanza vuota. Abbasso le serrande, spengo la luce. Mi volto indietro per un secondo troppo lungo prima di chiudere la porta alle mie spalle. Mi viene in mente quel detto popolare che dice “quando si chiude una porta si apre un portone”,e poi penso a quello che aveva detto Paulo Coelho di questa frase in una riflessione:
“quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo quella chiusa che non vediamo quella che è stata aperta per noi.”
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