Io non sono una camminatrice esperta, né una grande fan degli sport, premetto subito. Sporadicamente mi capita di fare qualcosa, una camminatina, una corsetta, una pedalata. Nonostante questo,il trekking di due giorni o meglio tre organizzato dai miei amici è ormai diventato un must nelle mie vacanze. Se non c'è spazio, lo si fa. È strano perchè quando ci sono in mezzo lancio accidenti a destra e a manca, e penso “ma chi me lo fa fare a me invece di andare in vacanza al mare d'estate di andare a 2000 metri sotto la pioggia o la neve”. Eppure signori, la cosa ha un suo perchè.
Innanzitutto la compagnia. Le voci che riempiono l'aria di cazzate, di canzoncine, di aneddoti, poi inizia la salita e tutto tace. O meglio, i più tenaci continuano a chiacchierare, gli altri rimangono concentrati sui sassi, sui passi e sul battito del loro cuore. E su quei 1400 metri di dislivello che gustano, soprattutto quando inizia a piovere.
Poi ovviamente la solitudine. Il trovarsi da soli, fermi, a guardare le nuvole sulla valle e notare che sei più alto di loro, che non è nulla di eccezionale,per carità, però in quel moento da lassù ti senti un po' Zeus, con il tuo zaino e la tua salita.
La solidarietà. Una mano che arriva quando sei più affaticato, o più in difficoltà, o hai paura e non ce la fai proprio ad andare avanti. Ed è tutto fuor di metafora, ossia la mano e l'impossibilità ad andare avanti ci sono fisicamente.
La gente che si saluta per il sentiero e le persone che anche se non gliele chiedi ti vogliono assolutamente dare tutte le notizie e i consigli sul sentiero che stai per fare.
Il silenzio alle dieci in rifugio e la sveglia alle sei, l'acqua gelida e niente acqua calda, lavarsi a pezzi nel lavandino e congelare , la stube accesa a fine luglio e i panni stesi attorno, le partite a carte, le partite a qualsiasi cosa, le chiacchiere, il grappino “e poi tutti a letto”.
La fatica. Non avrei mai creduto che questa l'avrei inserita fra i punti. Il sentiero difficile, il ghiaione, la salita ripida, ilguado di un fiume sotto la neve, la stanchezza fisica, il freddo, lo zaino e gli scarponi che iniziano a pesare, i cali di zucchero. Eppure tutta la fatica serve. Perchè quando arrivi su e guardi in basso, vedi tutto quello che hai percorso e ti senti immensamente felice.Non c'è niente come riuscire ad arrivare ad un rifugio. Con le gambe distrutte, dovendo magari restare seduto un quarto d'ora prima di riprenderti e realizzare chi sei e dove sei, ma felice, smisuratamente felice di essere lì dopo tanti sforzi, tanta fatica, tanta salita.
Come ci si dimenticano i problemi, le preoccupazioni, la tecnologia. Lontani da tutto, nel nulla, in un posto in cui per scendere o salire è necessario che tu lo faccia con le tue gambe. La paura, il senso di bilico, i sassi che scivolano, le cadute,le ferite sulle gambe, il fango che macchia.
Alla fine finisce sempre che la gente con cui vai su, non importa chi siano, li senti sempre curiosamente vicini a te, perchè avete condiviso la fatica, avete raggiunto insieme un obiettivo. Non vi so bene spiegare quale legame ci sia dietro un mucchio di gambe che camminano verso una stessa destinazione, ma vi posso assicurare che un legame c'è e in quel momento, è fortissimo.
Mentre sono a casa che mi disinfetto i graffi e mi conto le vesciche penso che nonostante tutto lo rifarei dall'inizio alla fine, subito. Sto bene, ho lasciato in un armadietto i miei problemi, ho affrontato la vita e la salita con uno spirito diverso.
Sto così bene che vado a letto e lascio che la fatica scenda e che mi pervada un sonno profondissimo, di chi fisicamente è stanco ma spiritualmente non è mai stato così vivo.
Belle parole...condivido molti di questi tuoi pensieri. La natura, la montagna è qualcosa di fantastico, ma passa inosservata agli occhi di tanti..e solo chi la vive in prima persona la capisce, la comprende e la rispetta.
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