Le relazioni all'interno di grandi gruppi mi causano problemi. All'interno di grandi gruppi si può riuscire a ridere, a scherzare, a instaurare discussioni. Ma le relazioni ho sempre creduto che vadano curate faccia a faccia. Vanno costruite a quattro mani, c'è bisogno dello contatto diretto degli occhi e non degli sguardi che si disperdono tra quelli di tanti altri. È così anche nella mia famiglia. Sì, certo, siamo una famiglia per cui ci vogliamo bene per legame biologico, è naturale. Ma siamo anche un grande gruppo. Inizialmente sei, poi siamo andati aumentando con matrimoni dei fratelli e nipoti eventuali. È importante anche sapere instaurare un rapporto vis-a-vis con i propri famigliari, credo. Quest'estate mi è capitato di trascorrere del tempo sola a casa con mio padre, cosa che non succede quasi mai. Io credevo che sarebbe ammattito dopo poco, vista la sua maniacale precisione e il mio viscerale amore per il caos, le sue piccole apprensioni da genitore e i miei orari pazzi d'estate. Contro ogni previsione ha affermato invece, più o meno sinceramente, di stare bene solo a casa con me. Io nel frattempo ne ho approfittato per estorcergli storie interessanti che i miei genitori non mi hanno mai raccontato.
Ogni giorno a pranzo c'era una storia diversa. L'altro ieri mi ha raccontato del subbuglio intorno a casa dei miei nonni il 7 luglio 1960. Oggi è toccato ad una rivelazione che mi ha dato da pensare.
Mi ha raccontato di come aveva avuto una opportunità di lavorare in un ospedale in Palestina, quando io avevo circa due anni. Mi ha raccontato di come fosse stato lì lì per firmare e poi non lo avesse fatto. Mi ha raccontato anche di quando lui e mia madre erano indecisi se restare in Africa o tornare in Italia. E poi mi ha raccontato le storie dei figli di coloro che avevano deciso di restare in Africa..gente che ha studiato in Svizzera, a Londra, in Kenya.. E io ho fatto il liceo Ariosto di Reggio Emilia. Che cosa sarebbe stato della mia vita, della mia famiglia, se mio padre non avesso posto nessun inghippo a firmare il contratto per il lavoro in Palestina? Che cosa sarebbe stato di me se i miei fossero rimasti in Africa per tutta la vita? Mio padre ha una luce strana negli occhi quando parla dei viaggi che ha fatto, quando descrive l'ospedale in Palestina come “un ospedale stupendo” e la casa come “bellissima” chiudendo gli occhi per dare quell'enfasi che manca alle parole scritte. Ha promesso che mi mostrerà le foto di quei posti, della casa, dell'ospedale. Della nostra vita mancata, del treno perduto, o meglio lasciato partire. Non so se le vorrò vedere in realtà, fa sempre uno strano effetto sapere che quella era l'altra strada, l'altra méta del bivio. È strano quando tuo padre ammette, in maniera implicita, che certi treni vanno lasciati partire.
Grazie Leti avevo bisogno proprio di qualcosa così adesso ♥
RispondiEliminaKia
è bello pensare che quello che passa attraverso la mia scrittura non è solo mio. grazie a te Kia ^^
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