Noi donne occidentali-emancipate-mangia-uomini siamo sempre pronte a guardare con un po' di pena e a giudicare disumano il dover coprirsi il viso con un velo, il non poter mostrare liberamente i propri capelli, in sostanza il dover chiudersi in un involucro imposto da una società che è stata costuita da uomini per gli uomini.
Eppure, intente come siamo a guardare la pagliuzza nell'occhio del vicino, non ci rendiamo conto dell'involucro che a noi stesse è stato imposto, in maniera molto più subdola e sottile se vogliamo, e a cui, da stupide, ci stiamo adattando come esseri amorfi che prendono la forma del proprio contenitore. Un contenitore rosa coi fiocchettini e con la gonnellina, un contenitore vestito da velina, un contenitore con le tette rifatte. Forse ce lo fa bere la società che tutto questo lisciarci, pettinarci, modellarci, rifarci, truccarci, ammazzarci, dimagrirci per il bell'apparire lo facciamo per noi stesse. Per “piacerci” di più, dicono. O forse per soddisfare dei canoni di bellezza con cui non andiamo d'accordo, che magari nemmeno ci piacciono ma a cui siamo assuefatte e in cui dobbiamo per forza ricadere. Ecco signore, svelato l'arcano, si tratta del nostro involucro, del nostro personalissimo hijab sottile che non è ordinato da fuori ma viene da dentro, dalle imposizioni che fin dall'età di dodici anni sentiamo penzolare su di noi come una spada di Damocle.
"Ma se io questa spada di Damocle la prendessi e ci facessi un bel ciondolino, guarda, non sembra il nuovo modello della Nomination? Non mi sta bene?"
E allora signore, anziché andare a sbandierare verso est le nostre minigonne simbolo della rivoluzione sessuale, perchè non pensare a salvare noi stesse, prima di voler salvare il mondo con i nostri modelli distorti?
Completamente giusto.
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