mercoledì 31 agosto 2011

I brutti anatroccoli del test d'ingresso

Settembre non è più il tempo dell'autunno, il tempo della lieve malinconia da fine estate e il principio di un nuovo rigore in occasione dell' inizio dell'anno scolastico. Settembre è diventato il tempo in cui gli studenti si giocano le proprie vite ai dadi nei test d'ingresso all'università.

Anche io quest'anno ci sono in mezzo, come tanti altri d'altronde. Con la differenza che io ne ho già fatto uno di test, tre anni fa. Già, sto finendo la laurea triennale, a numero chiuso anche quella, e mi trovo a dover scommettere sui miei numeri ancora una volta. Tre anni fa avevo affrontato il test d'ingresso con uno spirito diverso, ero appena uscita dal liceo e sapevo che il test era uno scoglio da superare per tanti, quelli che facevano medicina ad esempio,o quelli che come me volevano provare ad entrare nell'università per interpreti e traduttori. Ero un pulcino appena uscito dal guscio allora, e non volevo farmi troppe domande, volevo solo passare il test e chiuderla lì. Alla fine ce l'ho fatta, sono risultata idonea e vincitrice, con mia somma gioia. All' inizio è stata una festa, facevo la facoltà che desideravo e ci ero entrata con le mie sole forze, era un'impresa grande ai miei occhi. Ben presto però mi sono resa conto che si trattava soltanto del primo gradino di una scala lunga e faticosa. Alla fine dei tre anni ancora una volta provo grande soddisfazione nel vedere che ce l'ho fatta, che passo dopo passo sono giunta sulla cima di questa piccola montagna.. Ed ora il percorso naturale della mia università per interpreti e traduttori mi mette davanti a due opzioni di corsi di laurea specialistica: interpretazione di conferenza o traduzione. Più logico di così. Sennonchè mi trovo di nuovo davanti ad altri test di ingresso per l'accesso ad entrambi i corsi di laurea, i quali minacciano di dimezzare le persone che hanno appena terminato la triennale come me. Infatti, stando alle cifre sono contemplati 180 posti per la triennale e 90 in totale per i due corsi di laurea della specialistica.
In questi tre anni non ho imparato solo delle tecniche di traduzione e di interpretazione, non ho solo studiato della teoria e della linguistica, bensì ho anche appreso ad alzare la testa, a guardarmi intorno, a farmi delle domande. E davanti a questi numeri, mi è scattata naturale una domanda: “e l'altra metà?” Che cosa ce ne facciamo di 90 studenti scartati dal test che sono stati istruiti in modo specifico sulla traduzione e l'interpretazione durante tre anni? Che ne sarà di questi mezzi dottori, mezzo laureati che si sono giocati il tutto per tutto e hanno perso? Ma soprattutto, se vogliamo lasciare da parte le cifre e abbandonarci ai sentimenti, che ne è dei sogni che una persona coltiva per tre anni, studiando e investendo sul proprio futuro come traduttore (o interprete), che si vede infranti da una classifica numerica? Chi può giudicare da un test le capacità di apprendimento di una persona? Chi può determinare il potenziale di qualcuno da un test?
Anche se il mio destino resta da definire, ho i dadi in mano e il test è ancora da fare, penso che mi sento un po' come una scoria nucleare, che nessuno sa come smaltire e dove mettere.
Molti diranno che il sistema è sempre stato così, che è così anche all'estero, che non c'è niente da fare, una selezione ci dovrà pur essere e,ahinoi, la vita è dura. Sarà che io ho ventidue anni e troppi grilli per la testa, ( anche Guccini lo diceva: “a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età”) sarà che non mi rassegno al sistema che mi si presenta davanti perchè penso ci siano delle falle, ma continuo a credere che ci sia sempre una terza via, una maniera migliore e più efficace. Dopotutto, anche il brutto anatroccolo sarebbe stato scartato ai test di ingresso. E la storia ci insegna che cosa si sarebbero persi.

L.F.

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