L'Annina era un po' matta.
La mattina era solita mostrarmi le sue gambe, con le vene varicose, i lividi e le cicatrici. E mi diceva: “non ti fidare di chi ha le gambe lisce e delicate, sono di persone che non s'arrischiano a camminare nell'erba alta, che non vanno in mezzo alle ortiche e non devono fare fatica” poi mi stringeva le mani tra le sue, ed io che ero bambina, con la mia pelle soave sentivo i suoi palmi callosi e le dita nodose stringermi con una speranza inusuale tra i tendini; mi fissava negli occhi come se riponesse in me tutta la fiducia e mi diceva “non smettere di camminare tra le ortiche.Non essere di quelli che hanno le mani morbide e curate, che siedono sui cuscini di velluto e non smuovono mai il culo. Che cosa vuoi che provi chi vede il mondo da una carrozza dorata? Che cosa vuoi che veda chi ha paura di scendere dal proprio piedistallo? È solo camminando in mezzo alle ortiche che potrai avere una vera percezione del mondo, della sofferenza e della bellezza, del dolceamaro che ci circonda”. Mia nonna rideva e liquidava i suoi discorsi dicendo che l'Annina era matta, che era rimasta al secolo scorso, a quando lei era una contadina con vent'anni sulle spalle e il viso bruciato dal sole. Ma l'Annina aveva il tocco genuino di chi ha affondato le dita nella terra, di chi le dita le ha usate per pulire il sudiciume della casa e non per lavarsi le mani strofinandole bene. L'Annina, nella sua follia, nel suo raccomandarmi le ortiche,forse aveva ragione. E chissà che cosa direbbe oggi nel vedermi camminare con le mie scarpette pulite sull'asfalto, nel vedere che sotto le mie unghie a fine giornata non c'è neanche un filo di nero. La povera Annina che confidava in me storcerebbe il viso. E forse lo storcerebbe anche la me stessa bambina che una volta teneva a mente le raccomandazioni di una matta.
L.F.
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