Ho sempre una strana sensazione quando viaggio. Ultimamente non è che abbia compiuto questi gran viaggi, sono più che altro spostamenti da una città all'altra. Eppure anche lo spostamento più semplice mi smuove qualcosa dentro.
Prendere un treno, un aereo, un autobus o un qualsiasi altro mezzo di trasporto che copra distanza medio-lunghe, mi provoca una sensazione di instabilità che non so bene descrivere. È probabilmente la stessa sensazione che si prova a compiere un passo, solo che in quel nanosecondo non si ha il tempo di realizzare. Compiere un passo equivale a perdere momentaneamente l'equilibrio. L'aveva scritto qualcuno non mi ricordo dove. Ed è vero. Non è solo un equilibrio fisico, perchè per un brevissimo lasso di tempo ci si regge solo su un piede, ma anche un equilibrio mentale. Con un passo simbolicamente si lascia dietro di sé il passato, ci si mette in gioco, si accetta tutto quello che verrà nel futuro. È l'equilibrio creato nel passato che ad ogni passo ci lasciamo dietro di noi.
Che cosa succederebbe se quel passo, anziché durare qualche nanosecondo, durasse diciamo un'ora e quaranta? La distanza del tragitto Reggio Emilia-Forlì.
Mi succede sempre, nella durata di quel viaggio, di riconsiderare la mia vita. Anche se si tratta soltanto di un ritorno a casa per il week end dopo una settimana di lezione. Mi perdo nel paesaggio dei finestrini del treno,così pianeggiante e privo di sorprese che ormai mi sembra di conoscerne ogni antro più remoto, e penso a che cosa sarà della mia vita, penso ai luoghi, penso alle persone. Penso alle distanze che ci dividono. Che poi mi chiedo, le distanze servono veramente a dividere? Io dico che le distanze servono a farci vedere l'altro in modo diverso, e a farci riconsiderare il ruolo che ha quella persona nella nostra vita. Penso ai luoghi che lascio e a quelli in cui ritorno, processo che affronto sempre con una punta di malinconia. Sarà che adotto come casa qualsiasi posto che mi accolga per più di due mesi. Sarà che uno il sentimento di casa se lo porta dentro, senza bisogno di cercarla fuori da sé. Penso al futuro, a quello che voglio fare della mia vita, penso al passato, alle cose che non torneranno mai più, alle persone che ho lasciato indietro o che mi hanno lasciato indietro. Spesso piango, sul treno, davanti a vecchiette allucinate che pensano “chissachecosalesaràsucessopoverella”.
La nebbia scende per giacere con la pianura durante la notte. Entrambe sono consapevoli che alla mattina la nebbia scivolerà via, come un amante fuggiasco che lascia il letto disfatto.
Anche io lascio la stazione, riprendo possesso di un qualche equilibrio precario che avevo lasciato alla partenza e che perderò di nuovo all'inizio del prossimo viaggio.
"...è una metafora della vita che può trascorrere come una corsa verso la meta, o alla stregua di quello spazio concesso all'umano come sua terra che non è patria, ma semplice via che si muove tra le macerie dei templi crollati e nel silenzio degli oracoli e delle profezie"
RispondiEliminaPatrizio Collini
Wanderung (il viaggio dei romantici) Feltrinelli